Agroalimentare Italiano: Si può fare di più

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a cura di: CENTROSTUDI APSE



AGROALIMENTARE ITALIANO: VOLENDO SI PUO’ FARE DI PIU’
E’ evidente che l’Italia sta velocemente abdicando dal proprio ruolo di potenza industriale per puntare sempre più sulla valorizzazione delle proprie tradizioni e l’esportazione di un agroalimentare di eccellenza che è stato sempre riconosciuto, a livello mondiale, come un indiscusso plus dell’italianità e un notevole valore aggiunto per la nostra economia.
A confermare il ruolo centrale rappresentato dal comparto agroalimentare in Italia è proprio l’EXPO2015, una manifestazione universale che si è voluto imperniare sul tema dell’alimentazione e delle produzioni agricole, un evento di portata globale organizzato interamente dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.
In verità, lo slogan EXPO2015 “Sfamiamo il mondo”, cozza non poco, con l’idea dell’alimentare tipico, pulito e di eccellenza che vuole rappresentare l’Italia, in quanto, l’unica via per sfamare il mondo è l’industrializzazione sempre più massiccia delle produzioni agricole che nulla ha a che vedere con l’eccellenza e la tipicità.
E’ così vero, però, da parte del Ministero ci sia tutta questa attenzione verso le problematiche del settore agricolo?
A noi pare in effetti che la soluzione dei problemi dell’agricoltura italiana sia ben lontana e che Ministri, Sottosegretari e Dirigenti vari si limitino a sfruttare le occasioni di visibilità nazionale ed internazionale che tali problematiche offrono, proponendo soluzioni banali, inefficaci o spot, in un contesto che invece richiederebbe un vero e proprio “Piano Marshal”: focalizzare i problemi, trovare le soluzioni e reperire i mezzi per il rilancio dell’agricoltura italiana.
Probabilmente, negli uffici dei burocrati ministeriali, gli operatori agricoli sono considerati alla stregua di “poveri zappaterra”, coordinati da 3 o 4 grandi Organizzazioni di rappresentanza collettiva che, da una parte, fanno danno l’idea di occuparsi dei problemi dei loro iscritti, mentre dall’altra vanno a braccetto con la politica condividendone le scelte per uno scopo comune: visibilità per chi governa e il mantenimento di lauti stipendi per chi dirige queste lussuose e spesso inutili baracche dorate, il tutto sulle spalle di 3 milioni di coltivatori ed allevatori: i “poveri zappaterra” appunto.
Quindi: quell’eccellenza agroalimentare su cui si fonderebbe la rinascita economica del nostro Paese, per le nostre Istituzioni agrarie, è basata su un insieme di “poveri zappaterra” ai quali, evidentemente, si può propinare ogni cosa, certi che con le parole giuste, “quelle studiate”, se ne ricaveranno approvazioni ed applausi.
Bene; analizziamo allora ora con attenzione l’operato recente del riverito Ministro in carica e cerchiamo di capire quale sarà il vero punto di arrivo della sua politica.






QUOTE LATTE
Il primo problema con il quale il Ministro ha dovuto confrontarsi è stato quello delle Quote latte, un problema che presenta 2 aspetti distinti: da un lato l’annosa questione della riscossione delle multe per lo sforamento della produzione fino al 2009, dall’altro l’imminente fine del regime delle quote latte deciso a livello europeo.
Le multe
La questione delle multe è ingarbugliata e coinvolge sopratutto i Governi precedenti. L’Italia infatti è stata multata per 4400 milioni di Euro dalla UE a causa dello sforamento produttivo operato da circa 2000 allevatori (su un totale di 36000 ad oggi, 44.000 nel 2009). Ovviamente, come da consuetudine europea, la multa è stata pagata dallo Stato il quale doveva poi rivalersi sugli allevatori inadempienti.
A causa di ricorsi e Sentenze varie, gran parte di quelle cartelle sono andate in prescrizione, per cui quegli obblighi sono stati onorati con il denaro della collettività (di noi tutti). Al 31 Ottobre 2014, secondo la Corte dei Conti, figuravano ancora recuperabili 1343 Milioni di Euro. A Dicembre 2014, il Sito Repubblica.it informava che il Ministero stava provvedendo ad emettere 1455 cartelle esattoriali per recuperare 422 milioni di Euro di multe. 1343 – 422 è uguale a 921 Milioni di Euro che evidentemente non si possono ancora recuperare per ulteriori ricorsi intervenuti e quindi, si può presumere che finiranno anch’essi prescritti, in ultima analisi, come sempre, saranno pagati da tutti noi. Al danno si aggiunge la beffa. Infatti, il 26 Febbraio 2015 La Commissione Europea ha deciso di aprire una procedura di infrazione contro l’Italia, perché considera il mancato recupero delle somme pagate dallo Stato per le multe quale illecito aiuto di Stato al settore. Si presume pertanto che altre multe arriveranno e questa volta non a carico degli allevatori ma direttamente dello Stato, il quale pagherà ancora una volta con i soldi dei cittadini incolpevoli.
In questo, però, va dato atto che il Ministro Martina non ha colpe, in quanto si è trovato a gestire una situazione precipitata per l’inerzia dei Governi precedenti. Invece, il Ministro, c’entra eccome, per quello che è successo dopo.
Infatti, dopo il periodo 2009/2013 in cui non si sono verificati sforamenti produttivi, il favorevole andamento climatico e un probabile allentamento dei controlli, ha portato al ripetersi di significativi sforamenti negli anni 2014/primo trimestre 2015 e ad un nuovo intervento sanzionatorio da parte della UE per 1,7 miliardi di Euro di multa. La storia quindi si ripete e questa volta il sig. Ministro non può ritenersi estraneo, in quanto occupa la poltrona di Sottosegretario alle Politiche agricole dal maggio 2013 e quella di Ministro dal Febbraio 2014.
Sul sito del MIPAAF il Ministro dichiara: “Su queste partite abbiamo già aperto una serie di battaglie anche in sede europea, dove abbiamo già ottenuto la rateizzazione senza interessi per le multe della campagna 2014/2015” e ancora “Sul fronte delle multe per lo sforamento delle quote latte, in dieci mesi abbiamo fatto quello che non è stato fatto in dieci anni”. Belle parole che gratificano la figura del Ministro, se non fosse che ad oggi quelle multe le hanno pagate tutti gli italiani e quelle a venire, che con un po’ di vigilanza in più da parte dello stesso Ministero si sarebbero probabilmente evitate, non è assolutamente detto che non faranno la stessa fine, rateizzate o no. Le stalle italiane infatti stanno chiudendo una dopo l’altra ed è difficile pensare di far pagare sanzioni ad attività morte e sepolte.


La fine del regime delle Quote latte
Va detto che per anni gli allevatori italiani si sono battuti contro un regime produttivo che penalizzava il latte italiano. Non lo hanno fatto perché contrari al principio, ma perché le quote assegnate al nostro paese erano nettamente inferiori al fabbisogno interno (circa il 60%) e quindi si apriva, di fatto, il mercato all’importazione dall’estero. Oggi, si fa un passo avanti, le quote latte vengono abolite ma questo significa che ciascun produttore europeo potrà produrre quanto vorrà, lasciando che sia il mercato a stabilire chi potrà sopravvivere. Questa, quindi, si presenta come un autentica sciagura per la produzione italiana. E’ noto infatti che il latte italiano è da sempre, il più caro d’Europa, ma malgrado ciò riusciva a trovare acquirenti sul mercato proprio grazie alle quote latte che contingentavano le produzioni (se c’è più richiesta di quanta sia la produzione, alla fine gli acquirenti acquistano anche i prodotti meno concorrenziali). Da adesso ci sarà sovrabbondanza di latte sul mercato (più latte per tutti) e i prezzi alla stalla scenderanno, mettendo in difficoltà i produttori dei paesi meno competitivi e con maggiori squilibri fiscali, vedi l’Italia.
L’approssimarsi di questa scadenza ha già provocato un crollo dei prezzi alla stalla in tutta Europa: a partire dalla seconda metà del 2014 i prezzi si sono abbassati dall’8,8% della Bulgaria al 16,81% dell’Ungheria.
Oggi il latte europeo più economico arriva dalla Polonia, Ungheria e Romania, con costo alla stalla intorno ai 28,5 centesimi al litro, quello più caro è quello Italiano a 36,75 centesimi al litro, una soglia che gli allevatori già dicono essere al di sotto di quella di sopravvivenza e che non consente loro neppure di pagare i mutui contratti a suo tempo per l’acquisizione delle quote latte. E il trend è in ulteriore diminuzione. Va ricordato che in Europa è in vigore una legislazione comunitaria per la produzione lattierocasearia e quindi i parametri qualitativi del latte estero, ad esempio quello Bulgaro, dovrebbero essere uguali a quelli italiani. In sostanza i prodotti sarebbero analoghi, malgrado ciò che si continua a riportare nelle assemblee, parlando genericamente di presunta “superiore qualità del latte italiano”.
E’ vero che il 40% del latte italiano viene assorbito da lavorazioni DOP (formaggi) per le quali viene imposto dalla Legge l’impiego di latte nazionale, ma è anche vero che il restante 60% deve essere venduto sul mercato comune e con queste quotazioni il rischio che rimanga invenduto è elevatissimo.
Fortunatamente il Ministro si è inventato “Il Piano straordinario per il latte italiano”, un piano di natura puramente protezionistica delle nostre produzioni in un mercato che, però, è ormai da tempo globalizzato. Ad oggi tutte le iniziative protezionistiche dei prodotti italiani proposte in sede UE sono state rigettate.
Sostanzialmente il piano si articola in 6 punti:
Fondo latte di qualità
Vengono stanziati 108 milioni di Euro in 3 anni (36 milioni l’anno) per aziende che si impegneranno a incrementare la longevità dei bovini, migliorare il loro benessere animale, la loro resistenza alle malattie, a rafforzare la sicurezza alimentare e ridurre i trattamenti antibiotici. Tutto questo per godere di un contributo di 15.000 Euro massimi alle aziende agricole e 200.000 alle aziende di trasformazione, contributo non erogato in soldoni ma in “garanzie in solido su fidi concessi da ISMEA o abbattimento di interessi sugli stessi”.


Inutile dire che, per adempiere ai dettami del Fondo, gli allevatori interessati dovranno trasformarsi: in alimentaristi, veterinari, biologi, animalisti e soprattutto fare invecchiare il più possibile i bovini, anche se sanno fin da piccoli che più la bestia invecchia, più la qualità e la quantità del latte prodotto diminuisce (una notevole contraddizione, ma forse il Ministro non lo sa).
Le imprese agricole lattiere che fanno anche trasformazione sono circa 300 su un totale di 36.000 e questo significa che solo loro assorbiranno 60 milioni di Euro in 3 anni dal Fondo. I restanti 48 milioni di Euro saranno sufficienti ad appena altre 3000 aziende agricole, che in 3 anni potranno avere i 15.000 Euro destinati agli allevatori. Quindi, questa dichiarazione in pompa magna condita di grande autoreferenzialità del Ministro, in realtà aiuta (posto che un contributo immateriale e figurativo aiuti veramente le aziende) non più di 3300 imprese su 36.000 (meno del 10%), e comunque non più di 1100 nel primo anno, in cui maggiore sarà l’impatto della liberalizzazione. Viene da chiedersi: ma cosa penseranno i 32700 “poveri zappaterra” che resteranno inevitabilmente fuori da questa iniziativa per esaurimento fondi? In verità si fatica a comprendere i reali vantaggi anche per quelle aziende che riusciranno ad avere i 15.000 Euro immateriali. A ben vedere però il vero e consistente aiutino (200.000 Euro) verrà dato alle aziende di trasformazione, quindi, non ai “poveri zappaterra” ma a quelli che usano camicia e cravatta per lavorare.
Logo 100% latte italiano
Il logo attraverso il quale il consumatore potrà riconoscere il latte nazionale e sapere persino la zona di mungitura.
E’ una pregevole iniziativa del Ministro Martina che deve aver pensato che gli italiani, noti nazionalisti, non vedrebbero l’ora di acquistare il prodotto nazionale, se potessero individuarlo sugli scaffali. Ovviamente tale principio non é affatto comprovato, ma anche ammettendo che lo sia, leggendo il comunicato stampa del Ministro, si nota che tale logo “è privato e non obbligatorio”. Allora vien da chiedersi: Qual è la società privata che lo gestirà? Quali controlli saranno eseguiti? E soprattutto: a quanto ammonteranno gli ennesimi costi a carico delle imprese?
Resta poi un'altra questione fondamentale, riguardante l’unicità. Per essere minimamente efficace, un simile distintivo deve essere “Unico”, ma questo logo è difficile che lo possa essere. Infatti, già oggi, moltissime catene di grande distribuzione hanno da tempo adottato propri marchi “latte 100% italiano” per pure ragioni di marketing (dove sta la novità?). La fiducia del consumatore in questi distintivi risulta essere assai labile, sopratutto perché nessuno di questi strumenti (compreso quello ministeriale) consente al consumatore di verificare l’effettiva originalità del prodotto, ed è probabile, quindi, che l’iniziativa del Ministro “privata e non obbligatoria” nasca zoppa e finisca per disperdere la sua efficacia nella giungla di decine di altri marchi e simboli analoghi o assonanti, che addirittura si avvantaggeranno della pubblicità che il Ministero si appresta a fare sul quello che considera il proprio logo.
Quindi, questo logo, che ha la pretesa di essere lo strumento che indurrà il consumatore ad acquistare il prodotto nazionale malgrado il suo maggior costo e a (usiamo le parole del Ministro) “rilanciare i consumi”, in realtà ci pare assolutamente inefficace. In sintesi non è altro che un bel placebo da somministrare ad paziente morente (gli allevatori), gratificando e glorificando, però, nel contempo il Ministro medico.



Intervento sui rapporti di filiera e interprofessione
Confessiamo di non aver capito granchè dall’enunciato ministeriale di questo punto del piano. Da quello che abbiamo compreso, si parla di adeguamento normativo in materia di organizzazioni interprofessionali. Ci aspettiamo quindi che si miri alla professionalizzazione del settore lattiero con l’obbligo di costosi corsi di formazione professionale degli allevatori oppure la necessità di assumere e pagare consulenti professionali riconosciuti con tanto di patentini. Questo avviene già in altri settori e aggraverà ulteriormente i bilanci delle aziende lattiere nazionali, soprattutto le più piccole che hanno già il cappio al collo.
In sostanza: poiché si prevede che in futuro ci sarà eccesso di produzione nazionale di latte in rapporto alla domanda di mercato, si risolve il tutto costringendo il 50% delle aziende del settore a chiudere i battenti e l’altro 50% a sopportare ulteriori costi per distintivi, registrazioni, consulenze e balzelli vari che ne penalizzeranno la competitività. Un bel piano di rilancio, non c’è che dire.
Contrasto alle pratiche di mercato sleali in collaborazione con Antitrust
Questo è uno dei cardini fondamentali del “Piano straordinario per il latte italiano”. Ovviamente ci si riferisce alla lotta contro i “Cartelli” di compratori che, rinunciando alla concorrenza, si mettono d’accordo per stabilire un prezzo più basso approfittando della loro posizione dominante a scapito dei produttori. Questa lotta, però, rientra da tempo nei compiti dell’antitrust e dovrebbe essere attiva da anni. In Francia e in Spagna infatti catene di GDO sono state pesantemente multate di recente, proprio per pratiche di cartello sul latte, dalle antitrust locali. Se il Ministro ha ritenuto di mettere nel suo “Piano straordinario per il latte italiano” questo punto, forse vuole dire che l’Antitrust italiana fino ad ora ha avuto la congiuntivite. Ma se così non fosse, probabilmente, significherebbe che il Ministro non sapeva cosa altro dire ed ha aggiunto questa ovvietà per dare ulteriore corpo alla suo Piano strategico e alla sua immagine personale.
Promozione ed educazione alimentare con “latte nelle scuole” nel 2016
Il Ministro dichiara “Nel 2016 avvieremo il programma europeo Latte nelle scuole” e ancora “per invertire la tendenza che vede i consumi di latte e formaggi in calo nel nostro paese il Governo sta studiando una campagna di comunicazione istituzionale sul latte fresco col progetto latte nelle scuole che coinvolgerà oltre 1 milione di bambini”. Ottimo; ma se questo è un programma europeo, pagato con soldi comunitari e quindi anche soldi di produttori esteri di latte in concorrenza con i nostri, qual è il latte che verrà promosso nelle scuole? Quello con il logo“latte 100% italiano”, oppure latte e basta, sia quel che sia? La questione non è di poco conto. Infatti, nel primo caso si incentiva il consumo di latte nazionale, ma utilizzando fondi comunitari, e certamente i nostri partners europei non saranno molto d’accordo (corriamo il rischio di una nuova procedura di infrazione e di un’altra multa?), nel secondo caso si mette in opera un programma che andrà maggiormente a vantaggio dei produttori di latte esteri più competitivi. In quest’ultimo caso (assai più verosimile) questo punto, ci pare, non avrebbe alcuna attinenza nell’ambito del “Piano straordinario per il latte italiano”.






Sostegno all’export e tutela dalla contraffazione dei grandi formaggi DOP
L’intento è nobile; il Ministro dichiara che “l’obiettivo è la promozione dell’origine e la riconoscibilità dei formaggi di qualità italiani” (vogliamo sperare anche dei salumi e delle altre produzioni nazionali). Inoltre parla di una “protezione ex-officio (che vorrà dire?) che consente di proteggere i prodotti a denominazione e indicazione geografica protette, facendo togliere dal mercato, anche internet, cheese kit, falso parmigiano e grana e tante altre imitazioni”.
Ci pare una dichiarazione “impegnativa”. Innanzi tutto vorremmo capire con quali strumenti il Ministro pensa di rendere “riconoscibili” i formaggi italiani di qualità? Ogni produttore sa bene che, specie all’estero, i formaggi italiani (e non solo) si vendono porzionati e spesso addirittura confezionati in porzioni in loco, per cui ogni bollino o altro elemento identificativo o di tracciabilità si perde nell’operazione di porzionatura.
A parte questo non trascurabile dettaglio, occorre dire che non serve l’intervento straordinario del Ministero per far togliere dal mercato i cheese kit (e i wine kit), in quanto esiste una norma europea assai chiara per la quale ogni genere di formaggio (o vino) producibile presso il consumatore con kit chimici non può essere venduto ne in Internet ne in altri luoghi della UE.
Discorso diverso è quello del “Similgrana”, per il quale la Legge europea prevede delle limitate tutele impedendo l’uso di notazioni come “pare Parmigiano Reggiano” o “Simil Grana Padano” ma non si può affatto impedire altre forme di Italian Sounding. Infatti, se qualcuno decide di produrre in America un formaggio grana con il metodo tradizionale italiano, con latte americano, in perfetta regola con le normative casearie americane e magari anche con quelle europee, ovviamente non potrà metterlo in vendita come Parmigiano Reggiano, ma nessuno al mondo potrà impedirgli di usare un marchio tipo “Reggianito … prodotto con metodo italiano”, specie se nell’etichetta si indica chiaramente “made in USA”. Questa azienda potrà anche registrare il marchio “Reggianito” e farne un identificativo di prodotto tipico dotandolo di un buon sistema di anticontraffazione e antisounding, magari italiano. D’altra parte questa pratica ha un chiaro precedente proprio in Italia, dove il più grande produttore nazionale di Parmigiano Reggiano, pur continuando a far parte del Consorzio, ha deciso di anteporre alla denominazione del prodotto (Parmigiano Reggiano), il proprio marchio “Parmareggio”, registrato e pubblicizzato con una enorme campagna di marketing. Beh; se lo ha fatto lui che è un produttore ufficiale, perché non può farlo qualcun altro, americano o cinese che sia? Il precedente quindi esiste, è incontestabile, ed è significativo.
Il controllo di questo particolare fenomeno, quindi, è praticamente impossibile, sia per limiti di monitoraggio dei mercati sia soprattutto per mancanza di fondamenti giuridici.
In realtà ci sarebbe sul mercato un solo strumento per contrastare efficacemente la contraffazione e il sounding alimentare, del quale il Ministro è stato compiutamente messo a conoscenza, ma ad oggi non ci risulta che il Ministero se ne sia interessato, per cui le dichiarazioni del Ministro ci sembrano, oggi, solo dei lodevoli intenti, di fatto irrealizzabili, ma fortemente autoreferenziali.





POCHE IDEE E CONFUSE
Da quanto sopra emerge una tragica conclusione. Il settore è nel caos assoluto e chi dovrebbe organizzarlo e rilanciarlo verso la sfida del terzo millennio pare avere poche idee e molto confuse, ma non perde occasione di sfruttare le difficoltà in cui si dibattono le imprese agricole nazionali per ergersi a “salvatore della Patria” con proclami intrisi di paroloni altisonanti e di sicuro effetto mediatico, ma assolutamente vuoti di contenuti. Intanto, “i poveri zappaterra” si estinguono uno dopo l’altro con velocità impressionante, le tasse uccidono le loro attività, penalizzano la loro competitività e li costringono a chiudere i battenti andando con le loro famiglie ad ingrossare la schiera dei disoccupati, le loro terre perdono ogni valore e vengono abbandonate o cedute per pochi spiccioli alle multinazionali dell’agricoltura intensiva strutturata, con tanti saluti alla sbandierata tutela della tipicità dei prodotti nazionali. In definitiva, ci pare che sia questo il punto di arrivo, e questo sembra essere l’unico vero “Piano strategico” che il Ministero e le varie Confederazioni ed Associazioni a matrice politico sindacale stanno attuando.
Dopo anni in cui moltissime imprese agricole italiane sono state “pagate” per non produrre, ora siamo passati alla fase 2, quella del “produci pure, tanto nessuno comprerà i tuoi prodotti”. E tutto questo in un quadro generale che vede le nostre aziende di eccellenza passare in mani straniere con brand nostrani che entrano a far parte di universi multinazionali che nulla hanno a che vedere con la tipicità italiana.
CONCLUSIONE
Sembra singolare che il Ministero giochi a rimpiattino con le aziende agricole, rimaste ormai le vere e sole depositarie dell’italianità nel mondo, e le accompagni su una china pericolosissima proprio mentre le grandi multinazionali dell’alimentazione e il gigante cinese acquistano a pochi soldi enormi appezzamenti di terreni agricoli nei paesi più poveri del mondo proprio con lo scopo di impadronirsi dell’unica cosa di cui gli uomini non possono fare a meno: i prodotti alimentari.
Sul totale delle superfici coltivabili acquistate da operatori e Stati stranieri, la Cina pesa per il 40% (in forte aumento) con pesanti acquisti di terreni in Africa e in Asia. La Cina è un territorio enorme ma coltivabile solo per il 9% della sua superficie e quindi i cinesi sanno che la disponibilità di prodotti alimentari è il tallone d’Achille del loro sviluppo economico, per questo stanno facendo incetta di terreni all’estero. Pensare che i terreni italiani dismessi possano presto rientrare nelle mire di questi potentati,come lo sono ormai le nostre aziende di eccellenza, appare logico, non fosse altro come diretta conseguenza della colonizzazione della nostra economia in atto da tempo.
Il prodotto italiano ha grandi potenzialità, ma ha bisogno di un Ministro che lo valorizzi con i fatti e soluzioni concrete, non con vuote parole.






PROSSIMAMENTE

Verranno affrontati i seguenti argomenti:
- Problematiche inerenti le nuove disposizioni di etichettatura di carni e salumi
- Analisi sul rapporto costo/risultato delle campagne governative di contrasto alla contraffazione e il sounding
- Analisi dell’incidenza dei costi sul prodotto per maggiori certificazioni e controlli richiesti dalla normativa nazionale rispetto a quella europea






 
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Aprile 2015
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